Le mani della forza. Remo Rossi, Fausto Sartorelli e la scultura del Lucendro
di Eleonora Alberti
Ci sono opere che abitano i luoghi senza chiedere attenzione. Restano lì, sospese tra architettura e paesaggio, attraversando il tempo con la discrezione delle cose necessarie. La scultura collocata nel 1945 sul frontale della Centrale elettrica del Lucendro, ad Airolo, appartiene a questa categoria. Una presenza che racconta molto più della propria funzione allegorica: racconta un’epoca, un’idea di progresso e, soprattutto, il dialogo profondo tra il pensiero artistico e il lavoro della materia.
Siamo nel Ticino degli anni della Seconda guerra mondiale, quando la costruzione delle infrastrutture idroelettriche assume un significato che supera la dimensione strettamente tecnica. L’acqua, risorsa antica e insieme forza generatrice, diventa strumento di autonomia energetica, promessa di sviluppo e risposta concreta alle necessità di un Paese attraversato dalle difficoltà del conflitto. La Centrale del Lucendro, progettata dagli architetti Carlo e Rino Tami e realizzata nel contesto di una stagione cruciale per l’ingegneria idroelettrica svizzera, esprime questa tensione attraverso un linguaggio architettonico moderno, nel quale funzione, rigore formale e paesaggio alpino trovano un punto d’incontro. L’impianto entrò in esercizio nel 1945. La scultura che ne accompagna la facciata partecipa dunque alla costruzione di un’immagine pubblica del progresso, conferendole una dimensione simbolica.
L’opera, indicata come La Forza nella documentazione dedicata allo scultore Fausto Sartorelli, nasce dall’ideazione di Remo Rossi, artista locarnese che avrebbe avuto un ruolo significativo nella cultura svizzera del Novecento. La sua formazione, maturata tra Milano e Parigi, e il confronto con importanti personalità della scultura europea contribuirono a definire una ricerca nella quale la conoscenza tecnica della materia si accompagna alla consapevolezza della forma. Ma è proprio nella storia esecutiva di questo lavoro che emerge un dato essenziale, troppo facilmente trascurato quando si ricostruiscono le vicende dell’arte pubblica: la distinzione tra chi concepisce un’opera e chi, attraverso il proprio sapere, le conferisce esistenza concreta.
La testimonianza pubblicata da Popolo e Libertà l’11 aprile 1945 è, a questo proposito, particolarmente preziosa. Il giornale riferisce che la figura allegorica, opera dello scultore Remo Rossi di Locarno, era stata eseguita accuratamente, per suo incarico, dallo scultore Sartorelli di Cresciano. Una frase breve, apparentemente marginale, restituisce invece una parte fondamentale della storia dell’opera. Dietro il nome dell’artista che ne concepisce l’immagine si riconosce quello di Fausto Sartorelli, la cui competenza tecnica ha tradotto il progetto in una presenza monumentale destinata a integrarsi con l’architettura. È qui che la materia assume un significato che non può essere ridotto alla sola qualità estetica. Il marmo bianco di Castione, proveniente dalle cave del territorio ticinese, costituisce la sostanza concreta dell’opera. Il blocco, del peso di circa 7,2 tonnellate secondo la documentazione disponibile, fu trasportato e destinato alla collocazione sulla facciata della centrale. La scelta del materiale, apprezzata già dalla critica contemporanea, stabilisce una relazione precisa con il territorio: la pietra non è soltanto il mezzo attraverso cui la figura prende forma, ma una testimonianza geologica e culturale del luogo che la accoglie.
Il bianco del marmo introduce, inoltre, una qualità visiva particolare nel contesto di un edificio industriale. Alla solidità dell’architettura e alla severità del paesaggio alpino si affianca una presenza scultorea che porta con sé la memoria della tradizione plastica, senza rinunciare alla propria funzione moderna. La pietra, estratta dalla montagna e trasformata dal lavoro umano, diviene, così, il punto d’incontro tra natura e tecnica, tra la permanenza della materia e il movimento invisibile dell’energia. La forza evocata dall’opera può essere letta proprio a partire da questa relazione. Non soltanto la potenza dell’acqua, né esclusivamente l’energia prodotta dalla macchina industriale, ma anche la capacità dell’uomo di riconoscere le risorse del proprio ambiente e di trasformarle attraverso conoscenza, fatica e ingegno. È una forza che appartiene alla natura, ma anche alle mani che la interpretano; alla modernità, ma anche a quei saperi artigianali che rendono possibile la sua espressione materiale.
In questa prospettiva, il contributo di Fausto Sartorelli acquista un valore che supera la semplice esecuzione tecnica. La sua vicenda si inserisce nella tradizione degli scultori e dei lavoratori della pietra che hanno attraversato il confine tra Lombardia e Ticino, portando con sé competenze, esperienze e linguaggi maturati in un territorio storicamente legato alla lavorazione del marmo. La formazione e la pratica di bottega rappresentano, in questa storia, una forma di conoscenza spesso silenziosa, affidata alla precisione del gesto e alla capacità di comprendere la materia dall’interno. Eppure, nella narrazione storico-artistica, il lavoro esecutivo rischia frequentemente di rimanere sullo sfondo, subordinato alla notorietà del nome che firma l’invenzione. È una gerarchia che non sempre restituisce la complessità del processo creativo. La scultura pubblica, soprattutto quando nasce dal rapporto tra architettura e commissione, è spesso il risultato di una collaborazione nella quale ideazione e realizzazione costituiscono momenti distinti, ma inseparabili. Riconoscere Sartorelli non significa ridimensionare Rossi; significa, al contrario, ricostruire con maggiore precisione la storia dell’opera e restituire visibilità a una competenza che ne costituisce una parte essenziale.
La Centrale del Lucendro diventa così anche un luogo di memoria. Non soltanto della trasformazione energetica del territorio, ma delle persone che hanno contribuito a renderla possibile, attraverso il progetto, la costruzione e il lavoro artistico. La scultura, inserita in un’infrastruttura nata per rispondere alle esigenze concrete della società, dimostra come l’arte possa abitare anche gli spazi della produzione, conferendo loro una dimensione culturale che il trascorrere del tempo non cancella. A distanza di oltre ottant’anni, la sua presenza invita dunque a uno sguardo più attento. Ciò che appare come un elemento decorativo della facciata si rivela parte di una storia più ampia, nella quale la modernità industriale incontra la tradizione scultorea e il patrimonio costruito diventa custode di memorie individuali e collettive.
Perché il valore di un’opera non risiede soltanto nella forma che ci consegna, ma anche nella trama di relazioni che quella forma conserva. In questo marmo si incontrano l’idea di Remo Rossi, il sapere manuale di Fausto Sartorelli, la pietra di Castione e la storia energetica del San Gottardo. Presenze diverse, unite in un unico oggetto, che continua a testimoniare come la cultura di un territorio si costruisca attraverso il dialogo tra ingegno, lavoro e materia. E forse è proprio questa la forza più duratura della scultura del Lucendro: ricordarci che dietro ogni grande opera esiste sempre una storia fatta di mani, di conoscenze e di persone. Una storia che merita di essere riconosciuta, perché soltanto restituendo visibilità a chi ha contribuito a costruire il nostro patrimonio possiamo comprenderlo davvero e consegnarlo, nella sua interezza, alle generazioni future.